Una piccola storia di un autodidatta

Sapete bene che questo blog è destinato principalmente a cazzi, tette e passere. Ogni tanto qualche foto, qualche breve racconto, ma praticamente quasi mai racconto di me.

Oggi faccio un’eccezione … quindi se avete voglia ecco un piccolo squarcio sull’ inizio della mia vita nel mondo della ricerca.

Buona lettura.


Tanti tanti anni fa, quando chiesi la tesi al mio relatore (Andrea Maggiolo, una delle migliori persone che io abbia mai conosciuto) scoprii dell’esisitenza delle logiche modali e temporali.
Andrea Maggiolo era appena tornato da un convegno di informatica teorica e mi fece vedere i suoi appunti su un seminario a base di rombetti e quadratini … insomma gli operatori della logica temporale.
Io avevo seguito corsi di logica matematica e calcolabilità, ma non avevo mai sentito parlare di logica modale.
Al solito mio per saperne qualcosa in più decisi di capire molto bene cosa fosse questa strana logica modale (il mio relatore si occupava di informatica teorica ma non di logica).
Andai nella biblioteca della Normale e trovai un po’ di libri che ovviamente divorai.
Quando, dopo la laurea, decisi di fare il dottorato pensai che mi sarei occupato di logica modale nel campo della verifica dei sistemi. Il mio relatore (nel frattempo diventato relatore di dottorato) appoggiò la mia decisione, in fondo si sarebbe trattato di un lavoro di informatica teorica e di logica applicata, lui non era un esperto ma avrebbe potuto comunque seguirmi.
Avevo nel frattempo pubblicato il mio primo lavoro su un convegno internazionale (CSL) su model checking temporale e credevo che quell’argomento sarebbe stato centrale per la mia futura tesi.

Passò un anno di dottorato, in cui continuai a lavorare sulle applicazioni della logica temporale/modale, ma ero sempre più insoddisfatto. Insomma, il mondo dell’informatica teorica non sembrava fare per me, interessanti certamente le applicazioni della logica, ma non era quello che cercavo. Il mio sogno nascosto era quello di occuparmi di logica pura, non delle sue applicazioni.

Fu così che decisi di andarmente un anno a Parigi, uno dei templi mondiali della logica.
A Parigi seguii i corsi del fu D.E.A. del programma comune tra l’ENS e Paris 7.
Un corso su teoria dei modelli (non ricordo il nome del docente), uno sul lambda calcolo tipato (M. Parigot) e uno sulla teoria della dimostrazione tenuto da J-Y Girard. Inutile dirlo, l’incontro con J-Y fu come l’incontro di Paolo con Dio sulla via di Damasco.
Il tarlo della teoria della dimostrazione mi era entrato dentro.
Il corso di J-Y fu bellissimo, idee su idee riversate su una platea sempre più ristretta con il passare del tempo, data la difficoltà del corso.

Una cosa alla fine del corso mi era completamente chiara, Jean-Yves detestava la logica modale … proprio la logica di cui mi ero innamorato.

Sia come sia l’estate del 1990 rientrai in Italia, con poche ma chiare idee: avrei buttato a mare tutte le ricerce sull’applicazione della logica modale in informatica, mi sarei occupato solo di logica pura, e per la precisione di teoria della dimostrazione … per la logica modale.

A settembre ne parlai con il mio relatore che mi guardò dicendo per l’ennesima volta che io esisitevo solo per fargli guadagnare il paradiso (era totalmente ateo per inciso) visto quanto lo facevo disperare.
Fu molto chiaro nel dirmi che lui non era minimamente in grado di seguirmi su argomenti di teoria della dimostrazione ed io gli risposi di avere fiducia, mi assumevo in pieno la responsabilità di un possibilissimo fallimento.

Fu con queste premesse che Andrea accettò di continuare a fare il mio relatore, un relatore ben strano , in quanto non sarebbe stato in grado di leggere quanto io avrei scritto … se non per l’inglese.
Ma a me andava benissimo cosi, Andrea sarebbe stato un ottimo sostegno psicologico, di sostegno scientifico pensavo di non avere bisogno (presuntuosetto, vero?)

Fu così che a settembre del 1990 iniziai a cercare di capire qualcosa di teoria della dimostrazione modale.
La ricerca bibliografica si rivelò più semplice di quanto avrei mai pensato … di fatto non esisteva quansi niente in letteratura.

A Pisa non c’era nemmeno un logico (l’unico, Peppe Longo, si era trasferito a Parigi in dissidio con l’ingegnerizzazione del dipartimento di informatica di Pisa) ma a Pisa c’era il più bravo dei suoi allievi, Andrea Asperti … che mi dette tanti buoni consigli Il migliore fu: “Andrea, lo sai che a Parigi c’è chi sta cercando di andare oltre le formalizzazioni standard dei sequenti per trattare la Logica Lineare? “… e mi raccontò cosa combinavano i cugini d’oltralpe.”
Queste parole mi aprirono letteralmente la mente. Nell’ultimo anno avevo studiato sequenti e deduzione naturale … ma li davo come oggetti ormai assodati e di fatto immodificabili (in fondo avevano più di 50 anni), ma effettivamente che male c’era ad andare “contro natura” … perché mai i sequenti dovevano essere strutture lineari?
Pensai che aggiungendo una dimensione spaziale sarebbe stato possibile trattare in modo pulito gli operatori modali, fu così che dopo vari tentativi a volte fallimentari altre volte troppo complessi arrivai a quella che chiamai teoria dei 2-sequenti.
E dato che sono un rompiscatole e un po’ kamikaze, decisi di sottoporre la mia prima ricerca sulla teoria della dimostrazione modale alla prestigiosa rivista Annals of Pure and Applied Logic, spedendo il lavoro all’editor che più di tutti odiava la logica modale, ovvero J-Y Girard (e chi conosce J-Y sa quanto lui sia granitico nelle sue idee).
Incredibile ma vero, a J-Y piacque assai la mia proposta (il referee è sempre anonimo, ma sono certo che fu lui stesso a redigere il report, nessun altro avrebbe scritto quelle due pagine come lui, mancava solo la firma.)

Certo, con il senno di poi mi rendo conto che se avessi avuto un relatore esperto nella materia non avrei peccato in tante vere e proprie ingenuità tecniche, ma alla fine potei dire che la tesi finale era tutta e solo mia, nel bene e nel male.

Insomma si può fare una tesi di dottorato ed aprire un filone di ricerca pur essendo autodidatti.

Oggi come oggi i lavori di teoria della dimostrazione modale abbondano, ed io sono contento di aver dato un piccolo contributo alla nascita di tale area.

9 Replies to “Una piccola storia di un autodidatta”

  1. ehi… io non so se non mi ricordo o se non ho mai sentito parlare di ciò che hai detto. Arabo. Comunque sia, complimenti, bellissimo percorso di studi e di lavoro e tante soddisfazioni ricevute. Stride un po’ il connubio tra questo post serioso rispetto a quella cosa con le perle che hai pubblicato sotto, ma una sua logica ci deve pur essere 🙂 E’ che noi matematici ragioniamo in altro modo (come mi fece notareil prof all’esame di informatica del terzo anno) 😉

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    1. Perché dici che stride? Si può essere scienziati e disegnatori porno, non vedo la contraddizione. Uno dei miei idoli, Richard Feynman , era un grandissimo fisico (premio Nobel) e grande ballerino e suonatore di bongo. La vita è bella perché è varia, non è che per forza uno scienziato deve essere un noiosissimo individuo che nella vita vede solo la scienza.

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      1. l’immagine sotto non era un disegno e come tale mi sembrava troppo esplicita. Meglio i disegni. Ho usato il termine “stride” non per dire che è in contrasto, ma per denotare un enorme “gap”, come se fosse un cambio di personalità in pochissimo tempo. Non so spiegarmi… comunque niente a che vedere con la moralità, quel che volevo dire è un’altra cosa

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    1. In effetti non so nemmeno io perché abbia scritto tutto ciò sul mio blog. Ieri è stato un giorno in cui ripensavo al passato ed al futuro della scienza in Italia e mi è venuto fuori questo raccontino di vita vissuta.

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